Negli italiani la parola Euribor richiama subito alla mente il mutuo variabile: ricordi al limite dell’incubo quando, quasi dieci anni fa, il parametro di base per il calcolo della rata si era impennato per via della crisi finanziaria mettendo in difficoltà migliaia di famiglie; e pensieri decisamente meno allarmanti oggi, visto che quel tasso è addirittura negativo ormai da tempo. I più attenti accostano probabilmente l’Euribor (e il suo «gemello» britannico Libor) anche alle accuse di manipolazioni effettuate dalle banche chiamate a determinarne il valore, alcune delle quali sono state poi condannate o hanno patteggiato.


Ed è proprio per evitare il ripetersi di simili comportamenti fraudolenti che negli ultimi anni si è pensato di correre ai ripari cercando di cambiare la metodologia di determinazione dell’Euribor: via il processo che si basava sulle rilevazioni di un panel di banche (erano 44 fino a qualche anno fa, adesso sono scese a 20) attraverso una telefonata mattutina, spazio invece alla determinazione del tasso sulla base delle transazioni effettive avvenute sul mercato. Un modo per rendere più sicuro e trasparente l’iter di formazione di un valore che, oltre ai mutui di molti italiani, regola i tassi o le cedole di attività per migliaia di miliardi di euro e al tempo stesso per rispondere ai principi dettati in materia dalla Iosco (l’organizzazione internazionale delle Autorità di controllo dei mercati finanziari).


La riforma «zoppa»

Peccato però che questo tentativo di riforma sia finito per il momento in un vicolo cieco. È infatti notizia proprio di questi giorni che l’European Money Market Institute (Emmi, l’organizzazione che cura fra l’altro la determinazione del parametro) abbia bocciato la nuova metodologia basata sui dati di mercato perché la fase di sperimentazione non ha fornito i risultati sperati. E il motivo è semplice: gli scambi sul mercato sono pochissimi, quindi i valori del nuovo Euribor risulterebbero poco affidabili e soprattutto molto volatili. La cura, insomma, sarebbe peggiore della malattia.


Tempi lunghi per la soluzione ibrida

Ora la Emmi punta a una soluzione «ibrida» per la determinazione dell’Euribor, basata in parte sulle transazioni di mercati e, quando queste non sono disponibili, su «altri prezzi» non meglio precisati. In ogni caso i tempi si allungano e - fra lo sviluppo del nuovo processo, la sperimentazione e le successive consultazioni con gli attori del mercato - si andrà almeno al 2019: non certo tempistiche che fanno pensare a un’emergenza.


Le conseguenze per i risparmiatori

Per i mutuatari alle prese con il tasso variabile (restano ancora una buona fetta, nonostante la recente tendenza a preferire il fisso) la notizia non è necessariamente negativa. Se infatti è vero che la situazione resta quella attuale, con il rischio di manipolazioni sempre dietro l’angolo, è altrettanto evidente che si è per il momento evitata una soluzione che avrebbe portato a risultati molto volatili e quindi poco desiderabili anche per un risparmiatore.
Un conto sono gli effetti determinati sulla rata da scostamenti di pochi centesimi (quali quelli che presumibilmente erano stati originati dai comportamenti fraudolenti del passato), un conto è invece l’impatto ben più significativo sul tasso, magari anche qualche decimo o più, che si rischierebbe con un tasso calcolato in base alle transazioni di un mercato illiquido in un momento di tensione. La soluzione «ibrida», per quanto ancora tutta da elaborare e da scoprire, offre sotto questo aspetto maggiori garanzie di stabilità.


Il nodo dei CcT

Il discorso può essere esteso anche ad alcune attività che le famiglie italiane detengono quali le obbligazioni a tasso variabile, le cui cedole sono quasi tutte indicizzate all’Euribor, e in primo luogo i quasi 135 miliardi di euro di CcT emessi dal Tesoro. Sotto questo aspetto sono significative le parole pronunciate sulla vicenda in questi giorni dal direttore del Debito Pubblico, Maria Cannata: «In un mercato così sottile un sistema di rilevazioni legato alle sole transazioni porterebbe con sé il rischio di una elevata volatilità del parametro e non servirebbe a evitare possibili manipolazioni».


Detta in altre parole, la soluzione a suo tempo prospettata non era certo la migliore neppure per i titoli a tasso variabile che dal 2010 sono indicizzati all’Euribor (in precedenza le loro cedole erano calcolate sulla base del BoT a 6 mesi, ma tornare indietro è al momento impensabile), «perciò - ha aggiunto Cannata - la decisione di effettuare ulteriori approfondimenti e di cercare una soluzione ibrida è un segnale molto confortante, perché testimonia che i regulator sono oggi più attenti a prevenire possibili effetti indesiderati delle nuove misure». Pericolo scampato insomma, almeno per il momento.

 

FONTE: Il Sole 24 Ore